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Archive for luglio, 2012

  • Disturbi del Comportamento Alimentare

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Con il termine Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) si fa riferimento ad un disturbo o disagio caratterizzato da un alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo. Nei disturbi alimentari l’alimentazione può assumere caratteristiche assai disordinate, caotiche, ossessive e ritualistiche tali da compromettere la possibilità di consumare un pasto in modo “abbastanza normale” e da mantenere normali attitudini verso il cibo e il momento del pasto.

    Anoressia
    Di solito si comincia con una dieta dimagrante: tutto ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e controllare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai abbastanza magra.
    Tra i sintomi, la fame viene negata, si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso. Ci si illude che cambiando il proprio corpo sia possibile cambiare anche la propria vita. Questo tipo di disturbo si manifesta in modo molto evidente: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere.
    L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, perdita dei capelli e dei denti. Spesso si verifica il blocco del ciclo mestruale che, se permane a lungo, può causare l’osteoporosi.
    Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica, che non riesce più a controllare la fame, cede all’istinto e si punisce con il vomito autoindotto.

    Bulimia
    Nella bulimia si instaura una dipendenza dal cibo, come quella dalla droga o dall’alcol. La vita si svolge mangiando e vomitando incessantemente. Il senso di colpa è devastante e lascia la persona in un circolo vizioso senza fine.
    Oltre alle abbuffate e al vomito, alcuni dei sintomi attraverso i quali si declina la bulimia sono condotte compensatorie come l’eccessivo esercizio fisico e l’abuso di lassativi e diuretici.
    La bulimia, nonostante spesso rappresenti l’altro lato della medaglia delle persone anoressiche che non riescono più a controllare la fame, lascia sul corpo segni meno evidenti: per questo è più difficile da riconoscere rispetto all’anoressia.

    Binge Eating Disorder
    Il Binge Eating Disorder (Disturbo da Alimentazione Incontrollata), è caratterizzato da due componenti: il desiderio di dimagrire e da contemporanei, ricorrenti episodi di perdita di controllo sul cibo, dovuti a nervosismo, emotività, noia, malinconia; queste sono le cosiddette Abbuffate conpulsive.
    Perché si possa parlare di Binge Eating Disorder occorre che coesistano un certo numero di comportamenti:

    • le abbuffate devono avvenire almeno due volte alla settimana;
    • devono verificarsi per un periodo di almeno sei mesi;
    • in genere sono indipendenti dallo stimolo della fame;
    • quasi sempre avvengono in solitudine;
    • il soggetto non trova gratificazione, ma prova un senso di colpa;
    • non esistono meccanismi di compensazione (come nella bulimia: vomito, lassativi, esagerato esercizio fisico).

     

    Vomiting
    Mentre il vomito autoindotto nella bulimia di tipo classico costituisce un rimedio riparatorio all’abuso di cibo, la vomitatrice vomita perché ha imparato ad associare piacere a questo comportamento. Si tratta, pertanto, di una vera e propria perversione, ossia di un comportamento anomalo – di per sé sgradevole – che diventa piacevole.
    L’essere basato sul piacere rende questo disturbo di non facile eliminazione, come per qualunque altro disturbo basato su una dipendenza.
    All’inizio, per queste pazienti il vomito è una soluzione per non ingrassare. Continuando nella pratica, però, la sequenza del mangiare/vomitare si trasforma poco a poco in un rituale sempre più piacevole, fino a diventare nell’arco di qualche mese il massimo dei piaceri, a cui non si riesce più a rinunciare.

    Come affrontarli?
    Il percorso di trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare si occupa dei processi di mantenimento della problematica, concentrandosi sull’eccessiva e distorta valutazione della forma del proprio corpo, del peso e del loro controllo ossessivo.

    Poichè i Disturbi del Comportamento Alimentare sono essenzialmente “disturbi cognitivi“, il fine che ci prefiggiamo di raggiungere è quello di produrre cambiamenti cognitivi, cioè aiutare il paziente a passare da modi disfunzionali di pensare a modalità funzionali, allo scopo di modificare il proprio comportamento alimentare.

    Concentrarsi sui meccanismi principali che sembrano mantenere il problema permetterà di capire il motivo per cui tale problema è auto-perpetuante e resistente al cambiamento. Inoltre, affrontare con successo i processi di mantenimento del problema alimentare offre molti benefici secondari: ad esempio, in genere aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi e migliora il funzionamento interpersonale.

    In collaborazione con il Dott. Di Bella (Nutrizionista), proponiamo un lavoro di riabilitazione e rieducazione alimentare che permetta all’individuo di diventare autonomo di fronte al cibo.
    Il trattamento prevede (a seconda delle necessità del paziente):

    • Inquadramento diagnostico
    • Riabilitazione nutrizionale
    • Incontri psicologici e psicoeducazionali individuali
    • Incontri di sostegno psicologico alla famiglia

  • Disturbi d’Ansia

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    L’ansia non rappresenta un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo e che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.
    Può capitare, però, che l’attivazione dell’organismo sia eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alla situazione, in questo caso siamo di fronte ad un Disturbo d’ansia, che può complicare la vita di una persona, rendendola incapace di affrontare anche le più comuni situazioni di vita quotidiana.

    La maggior parte degli individui con problemi di ansia lamentano una lista nuemrosa di sensazioni e di disturbi:

    • palpitazioni;
    • tachicardia;
    • sudorazione eccessiva;
    • sensazione di soffocamento;
    • dolore o fastidio al petto;
    • sensazioni di sbandamento e/o di svenimento;

    I disturbi d’ansia più comuni sono:

    • Fobia: paura eccessiva e non razionale nei confronti di situazioni ed oggetti che non sono realmente pericolosi.
    • Attacchi di panico: episodi brevi ed improvvisi di ansia e terrore caratterizzati da sensazione di soffocamento, dolore al petto, paura di morire.
    • Disturbo Ossessivo-Compulsivo: Rappresentazioni mentali (pensieri, dubbi, paure, immagini, impulsi, flash, ricordi, emozioni, canzoni) che hanno la caratteristica di essere ricorrenti, intrusive, persistenti, spiacevoli e involontarie; tali rappresentazioni sono spesso associate a comportamenti ripetitivi, ritualizzati e intenzionali che hanno lo scopo di prevenire o ridurre uno stato d’ansia.
    • Disturbo Post-traumatico da Stress: sensazione di paura ed orrore persistenti nel tempo, dopo che la persona ha vissuto un evento traumatico.
    • Disturbo d’Ansia Generalizzato: stato permanente di allarme ed agitazione senza la presenza di un reale pericolo per l’individuo.

    Se tu o un tuo caro sentite di avere i sintomi di Disturbo d’ansia, puoi decidere di contattarmi per prendere un appuntamento, oppure solamente per pormi alcune domande.

  • Disturbi dell’Umore

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    I Disturbi dell’Umore riguardano quelle patologie e quei sintomi che fanno riferimento ad un’alterazione dell’uomore, cioè il tono affettivo di base che colora l’intera esperienza del soggetto. Esso oscilla lungo un continuum che presenta ad un estremo il polo della tristezza, della sfiducia e dell’abbattimento ed all’altro estremo il polo dell’euforia e della gioia.

    L’umore viene condizionato dagli avvenimenti sia esterni che interni all’individuo: eventi positivi portano l’umore al polo dell’euforia mentre eventi negativi a quello della tristezza. Esite anche la relazione opposta per cui l’esame di realtà è condizionato dall’umore del momento: infatti, in una condizione di malumore tenderemo a vedere in ogni cosa gli aspetti più sfavorevoli, drammatizzando ogni piccolo contrattempo della vita quotidiana; invece, se ci sentiamo felici saremo in grado di affrontare i problemi in maniera positiva e, sicuramente, in modo più efficace.

    Normalmente, il tono dell’umore oscilla lungo il continuum tristezza-euforia in modo continuo; nella patologia dell’umore l’elemento centrale è proprio rappresentato dalla perdita di questa normale oscillazione dell’umore, per cui avviene il blocco dello stato d’animo in una determinata condizione (umore depresso o umore euforico) e senza possibilità di variazioni indotte dagli avvenimenti della vita.

    La realtà, dunque, non è più in grado di modificare il tono dell’umore dell’individuo, al contrario, la condizione dello stato d’animo (tristezza o euforia) continua a condizionare l’esame di realtà: il soggetto con una patologia dell’umore vedrà ogni cosa nell’ottica dettata dal suo specifico stato d’animo.

    I Disturbi dell’Umore si possono dividere in due categorie generali:

    Disturbi Depressivi che comprendono il Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Distimico, entrambi caratterizzati da carenza di energia, mancanza di volontà, sensazione di non farcela, pensieri di morte. Oltre all’umore depresso compaiono altri sintomi, spesso così debilitanti da inficiare la qualità della vita:

    • marcata affaticabilità;
    • ridotta capacità di concentrarsi;
    • tendenza a svalutarsi e ad incolparsi;
    • aumento o diminuzione di appetito;
    • disturbi del sonno;

    Disturbi Bipolari che comprendono il Disturbo Bipolare I, il Disturbo Bipolare II e il Disturbo Ciclotimico, caratterizzati da un’alternanza dell’umore che può variare, nei casi più gravi, da importanti forme di depressione ad estremi di euforia.

    Fare diagnosi di Disturbo dell’Umore è fondamentale per poter iniziare un percorso di presa di coscienza della problematica, di controllo e gestione delle emozioni per giungere ad un cambiamento cognitivo e comportamentale.

    Se tu, o un tuo caro presenta Disturbi dell’Umore puoi contattarmi per prendere un appuntamento o per farmi semplicemente alcune domande.

  • Disagio Psicologico

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Il diasgio psicologico può essere descritto come una mancata sintonia con noi stessi, (con i nostri bisogni, desideri) e con l’ambiente. Sentiamo che stiamo attraversando un momento di confusione e, in generale, di crisi.

    I punti di riferimento a cui prima eravamo abituati non sono più validi, quindi dobbiamo rivederli per modificarli o per crearne di nuovi. Questo significa che siamo costretti ad attraversare un periodo in cui siamo “scoperti”: i vecchi riferimenti non vanno più bene, ma non sappiamo ancora come e con cosa sostituirli.

    Il disagio psicologico può iniziare a qualsiasi età. I sintomi possono essere molto diversi, può verificarsi un senso di inadeguatezza, mancanza di motivazione, stati ansiosi o stati depressivi.

    Molto comune è il disagio psicologico di tipo reattivo, cioè verificatosi come conseguenza di eventi esterni e di particolari circostanze della vita, come situazioni di lutto, difficoltà economiche, separazioni, divorzio, perdita del lavoro.
    Altrettanto comune è il disagio psicologico dovuto ad alterazioni dello stato di salute, come le malattie croniche invalidanti o malattie psicosomatiche, dove è necessario trovare un nuovo equilibrio e un nuovo modo di rapportarsi a sè stessi.

    Nella società attuale siamo immersi in una moltitudine di impegni, di responsabilità e di doveri, può capitare di sentirci sovraccarichi, stressati, ecco perchè è importante intervenire affinchè questo disagio psicologico non diventi una vera e propria patologia

    Durante l’intervento psicologico è per me fondamentale intraprendere un percorso di analisi e presa di coscienza della situazione problematica, per passare, successivamente, a lavorare sulle risorse personali per rafforzarle e per migliorare le proprie capacità di pensiero e di comportamento.

    Se tu o un tuo caro vivete una situazione di disagio psicologico, puoi decidere di contattarmi per prendere un appuntamento oppure solamente per chiedere maggiori informazioni.

  • Perchè andare dallo Psicologo?

    Date: 2012.07.19 | Category: Domande Frequenti | Response: 0

    Dott.ssa Manuela Scala – Psicologa

  • Chi si rivolge allo Psicologo?

    Date: 2012.07.19 | Category: Domande Frequenti | Response: 0

    Lo Psicologo è formato e preparato per il primo ascolto, valutazione, diagnosi, orientamento e supporto, relativo a tutti i disagi e disturbi psicologici, ed è la principale figura di riferimento per tutti coloro che vedono compromesso il proprio benessere psicologico.
    Lo Psicologo, dopo l’analisi del problema e tutti gli accertamenti del caso, può intervenire direttamente tramite tecniche di consulenza, di supporto, abilitazione e riabilitazione o se, necessario, indirizzare verso altri professionisti specialisti. Lo Psicologo è la figura di riferimento professionale anche per tutti coloro che desiderano migliorare il proprio benessere psicologico e la qualità della vita propria e altrui, che desiderano un supporto nelle crisi di crescita o nell’adattamento agli eventi più significativi (ingresso scolastico, matrimonio, gravidanza, lutto, etc.).
    Si può rivolgere allo Psicologo chiunque avverta la necessità di una consulenza specialistica:

    • dalla persona in difficoltà,
    • alla famiglia che intende adottare un bambino,
    • dal genitore che desidera migliori relazioni con i figli,
    • agli operatori scolastici e sociali che richiedono consulenze e collaborazioni,
    • dagli imprenditori o aziende per affrontare problematiche relazionali e/o organizzative,
    • allo sportivo per la sua preparazione psicologica.

    Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti possibili.
    Attraversare momenti di malessere psicologico può capitare: soffrire di depressione, ansia, attacchi di panico (tanto per citare i malesseri più diffusi) NON è indice di pazzia! Perchè, spesso, le persone hanno paura proprio di questo: credono che soffrire di ansia o attraversare un periodo di depressione equivalga all’esordio della pazzia.
    E poi ci sono i sentimenti di colpa e la vergogna dovuti a retaggi secolari connessi alla sofferenza mentale. Il disturbo è quindi colpa della persona che ne soffre ma anche della famiglia di cui fa parte. Nasce la paura dello stigma sociale: “bisogna” tenere nascosti i sintomi della “malattia” così da non poter essere riconosciuti dalla società.
    I malesseri psicologici sono spaventosi: come si avverte un sintomo ci si spaventa; la prima volta è un trauma che si cerca immediatamente di dimenticare. Ma poi capita che si ripresenti una seconda volta, una terza e poi ancora. E ogni volta la persona fa di tutto per arginare e contenere i “danni” dei sintomi.
    Non ne parla per vergogna e ci si difende sempre più nell’attesa angosciosa che si ripresenti il sintomo. Alla fine però, il sintomo diventa parte della vita della persona, diventando cronico, sepolto sotto tutto ciò che una persona ha fatto per “nasconderlo”, “non pensarci”, “metterlo da parte”.
    Con l’aiuto dello psicologo la persona impara a capire che la mente umana mette in atto le più svariate strategie per fronteggiare le situazioni difficili e/o dolorose: alcuni funzionali, altre no. E quando si presentano le strategie non funzionali, perché limitanti la vita di una persona, l’aiuto di un professionista è fondamentale per imparare nuove strategie per fronteggiare i problemi della vita.
    Questo non vuol dire che la persona sia sbagliata o che il suo modo di vivere sia sbagliato: significa che un problema richiede una soluzione che una persona da sola non riesce a trovare.
    Le strategie che mettiamo in atto di fronte ai problemi, alle sfide che la vita ci pone le impariamo sin dall’infanzia e si consolidano nel tempo, attraverso l’esperienza e la maturità. Alcune strategie ci saranno utili per tutta la vita e in tutte le situazioni. Altre risulteranno inefficaci e questo non perché ci manchi qualcosa e quindi siamo sbagliati ma perché in quella situazione non ci siamo mai trovati prima, quindi non abbiamo gli strumenti adatti per fronteggiarla!
    Diventati adulti è difficile che riusciamo a cambiare un modo di pensare e di agire di fronte alle situazioni nuove; si cerca di mettere in atto strategie che conosciamo o si tenta di trovarne di nuove. Laddove le varie strategie utilizzate falliscono, ecco che si manifesta il malessere, l’ansia, la paura per qualcosa che non sappiamo fronteggiare: condizioni queste normalissime, umane. Infatti, tutte le reazioni emotive e/o fisiche messe in atto in particolari situazioni fanno parte della natura umana e hanno una loro funzionalità, o almeno l’avevano.
    Quindi l’ansia, la depressione, il panico non sono sintomo di pazzia ma reazioni naturali esagerate, frutto di strategie che in quella situazione non sono più funzionali. Lo stesso discorso, certo molto semplicistico, può essere fatto per vari altri disturbi: idee ossessive, disturbi sessuali con l’ansia e il disagio che comportano, disturbi alimentari, fobie ecc.. Manifestazioni differenti di modi di pensare non più funzionali

  • Chi è e che cosa fa lo Psicologo?

    Date: 2012.07.19 | Category: Domande Frequenti | Response: 0

    Nell’articolo 1 della L.56/89, si legge: La professione di Psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.

    L’attività dello psicologo ha come finalità quella di favorire il cambiamento, potenziare le risorse e accompagnare gli individui, le coppie, le famiglie, le organizzazioni nelle diverse fasi della vita.
    Per diventare psicologo in Italia è necessario:
    1) conseguire la laurea di secondo livello (quinquennale) in psicologia
    2) effettuare un successivo anno di tirocinio
    3) conseguire l’abilitazione all’esercizio della professione mediante esame di Stato
    4) iscriversi alla sezione A dell’Albo professionale.
    La legge di riferimento per l‘esercizio della professione di psicologo in Italia prevede l’obbligo di iscrizione all’Ordine, che funge da garanzia per il corretto comportamento deontologico del singolo iscritto all’Albo.
    Lo psicologo opera sia in studi privati (come libero professionista), sia nei servizi pubblici (ospedali, consultori, servizi per l’infanzia e adolescenza, comunità terapeutiche, residenze per gli anziani, scuole, etc).
  • Che cos’è la Psicologia?

    Date: 2012.07.19 | Category: Domande Frequenti | Response: 0

     

    La psicologia, secondo una sintetica ma non esaustiva definizione, è la scienza che studia il comportamento umano e che cerca di comprendere ed interpretare i processi mentali ed affettivi che lo determinano con lo scopo di promuovere il miglioramento della qualità della vita.
    Tra gli oggetti di studio e di approfondimento della psicologia si possono citare la memoria, l’intelligenza, l’apprendimento, la comunicazione, le emozioni, l’affettività, la motivazione, la frustrazione, l’aggressività, il conflitto; ed ancora la personalità, le relazioni, le forme organizzative ed i gruppi. La psicologia è un campo di studio che fonda i sui risultati sulla ricerca scientifica.
    Le competenze e gli strumenti offerti dalla psicologia trovano applicazione in tutti i contesti della vita quotidiana nei quali ci si occupa del benessere psicologico dell’individuo, del gruppo, della comunità quali:

    • fasi del ciclo di vita (infanzia, adolescenza, genitorialità, terza età)
    • prevenzione e benessere (salute, stili di vita, dipendenze, etc)
    • sviluppo ed educazione (scuola, apprendimento, processi di formazione, etc)
    • lavoro ed organizzazione (selezione, valutazione, analisi organizzativa, interventi sui gruppi, etc)

    Per approfondimenti puoi cliccare sui seguenti link:

  • DSA: il ruolo dello Psicologo

    Date: 2012.07.02 | Category: Disturbi Specifici dell'Apprendimento | Response: 0

    Finalmente i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), ovvero la Dislessia, la Disortografia e la Discalculia sono riconosciuti e definiti dallo Stato Italiano con la Legge 8 Ottobre 2010 n. 170 “NUOVE NORME IN MATERIA DI DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO IN AMBITO SCOLASTICO”; con la quale si riconoscono le difficoltà dei bambini affetti da DSA, si stabilisce come diagnosticarli e chi può farlo, si prevedono attività di prevenzione e momenti di aiuto scolastico, si indica alla scuola il comportamento più adeguato da tenere in sede didattica ed alla sanità quali sono gli obblighi istituzionali da seguire in questi casi.
    Nel mese di luglio 2011 è stato elaborato il Decreto attuativo della suddetta Legge 170, con il quale vengono fornite le indicazioni per la diagnosi e la certificazione diagnostica dei DSA, e le  “Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbo Specifico dell’Apprendimento”.
    Con il Decreto attuativo si evidenzia che per formulare la diagnosi ed effettuare consulenza in materia di DSA “è indicato lʼapproccio interdisciplinare” e che “gli specialisti coinvolti” sono “Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista”.
    Si vede dunque come in questo lavoro gli Psicologi devono essere in prima fila per specifica competenza, sia in sede diagnostica e consulenziale, che in ambito riabilitativo; ma possono anche essere protagonisti del trattamento cognitivo diretto ai bambini con DSA, da non confondersi con la tradizionale riabilitazione logopedica.
    Qual è, dunque, il ruolo dello Psicologo nei casi di DSA?

    Lo Psicologo è un professionista in grado di descrivere lo sviluppo dell’apprendimento in un bambino e riconoscerne gli eventuali eventi disturbanti o psicopatogeni: è esperienza costante che problemi nel percorso di apprendimento scolastico possono compromettere in modo irreversibile la motivazione allo studio, la percezione del Sé e la dinamica relazionale presente e futura in cui il bambino vive e cresce.
    I DSA riguardano le basi su cui poggia tutto il percorso di apprendimento scolastico. Essi quindi vanno esplorati dettagliatamente e singolarmente per scoprirne l’andamento funzionale o disfunzionale che sia, innanzitutto rifacendosi alle procedure ed agli strumenti  raccomandati nella Consensus Conference (clicca qui per maggiori info).
    Per capire il punto di partenza di una buona procedura psicodiagnostica occorre innanzitutto ricordare quanto affermato alla Consensus Conference : “La principale caratteristica di definizione di questa “categoria nosografia” (i DSA), è quella della “specificità”, intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. In questo senso, il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per lʼetà e/o la classe frequentata) e lʼintelligenza generale (adeguata per lʼetà cronologica).

    Quindi, una volta esclusa una eventuale patogenesi di tipo medico, il primo elemento da valutare è il funzionamento cognitivo del bambino: il suo profilo di intelligenza è nello stesso tempo, criterio diagnostico esclusivo/inclusivo e punto di partenza di un’analisi che successivamente deve approfondire i singoli aspetti dell’apprendimento alla luce delle capacità cognitive generali e particolari del bambino.
    In questa prima fase è necessario che la valutazione dei livelli cognitivi/intellettivi sia fatta da uno Psicologo, il quale ha la competenza per fare una “misurazione” psicometrica dell’intelligenza rispettosa dei canoni scientifici richiesti,  inserendo i valori evidenziati in un contesto più ampio di valutazioni che comprenderà il particolare stato emotivo, relazionale e socio-culturale di quel bambino in quel momento.
    Solo dopo questa prima valutazione è possibile passare all’osservazione delle competenze di base acquisite fino a quel momento in lettura, in scrittura ed in matematica.
    Anche in questo lavoro devono essere usati gli strumenti standardizzati ormai da tempo a disposizione degli Psicologi, che sono in grado di confrontare la prestazione del bambino oggetto dell’analisi diagnostica, con la corrispondente capacità attesa per l’età, allo scopo di determinare le discrepanze esistenti e poter descrivere l’eventuale presenza di DSA.
    Il processo diagnostico deve procedere con l’esplorazione delle funzioni neuropsicologiche connesse al processo di apprendimento, in particolare sarà importante valutare il funzionamento della Memoria (soprattutto la Memoria di Lavoro che è principalmente coinvolta), l’Attenzione e la Concentrazione, le abilità visuo-spaziali e di organizzazione temporale. Anche in questi casi sono necessarie conoscenze prettamente di tipo psicologico e neuropsicologico e l’uso di strumenti standardizzati, senza i quali l’osservazione rimane solo empirica e priva della capacità di valutare le eventuali discrepanze con il funzionamento atteso per l’età.
    L’analisi diagnostica si completa con la necessaria esplorazione dei coinvolgimenti emotivo-relazionali e delle dinamiche psicologiche che le esperienze frustranti connesse con il DSA, hanno sedimentano nella personalità del bambino in crescita. Inutile dire che lo Psicologo ha le competenze e gli strumenti per addentrarsi su questo terreno, ma è anche necessario dire che i risultati di questa indagine saranno fondamentali sia per il progetto riabilitativo logopedico che per il trattamento che ho definito di “potenziamento cognitivo”; ogni Psicologo infatti sa bene quanto sia importante il vissuto dell’ IO per il raggiungimento di qualunque meta, e quanto sia fondamentale che qualunque tipo di trattamento sia accompagnato da idoneo supporto psicologico.
    Occorre conoscere, sapere cosa fare, per formulare una diagnosi; occorre partecipare alla progettazione ed al monitoraggio delle attività di
    riabilitazione logopedica fintanto che sono efficaci; bisogna impegnarsi in consulenze di supporto a scuola e famiglia e trattare i bambini con potenziamenti idonei ad aiutarli a superare il loro problema dal punto di vista cognitivo ed emotivo. Lo Psicologo può fare molto, ma deve approfondire e dedicarsi a questa area professionale secondo le direttive e le linee guida operative che provengono dalla Consensus Conference e dalle norme in materia. Un lavoro che devono saper fare gli Psicologi del Servizio Sanitario Nazionale che lavorano con l’Età Evolutiva, ma anche, e forse soprattutto, i liberi professionisti che troveranno in questo campo abbondante lavoro.

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