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Archive for the ‘Disturbi Psicologici’ Category

  • Disturbi del Comportamento Alimentare

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Con il termine Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) si fa riferimento ad un disturbo o disagio caratterizzato da un alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo. Nei disturbi alimentari l’alimentazione può assumere caratteristiche assai disordinate, caotiche, ossessive e ritualistiche tali da compromettere la possibilità di consumare un pasto in modo “abbastanza normale” e da mantenere normali attitudini verso il cibo e il momento del pasto.

    Anoressia
    Di solito si comincia con una dieta dimagrante: tutto ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e controllare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai abbastanza magra.
    Tra i sintomi, la fame viene negata, si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso. Ci si illude che cambiando il proprio corpo sia possibile cambiare anche la propria vita. Questo tipo di disturbo si manifesta in modo molto evidente: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere.
    L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, perdita dei capelli e dei denti. Spesso si verifica il blocco del ciclo mestruale che, se permane a lungo, può causare l’osteoporosi.
    Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica, che non riesce più a controllare la fame, cede all’istinto e si punisce con il vomito autoindotto.

    Bulimia
    Nella bulimia si instaura una dipendenza dal cibo, come quella dalla droga o dall’alcol. La vita si svolge mangiando e vomitando incessantemente. Il senso di colpa è devastante e lascia la persona in un circolo vizioso senza fine.
    Oltre alle abbuffate e al vomito, alcuni dei sintomi attraverso i quali si declina la bulimia sono condotte compensatorie come l’eccessivo esercizio fisico e l’abuso di lassativi e diuretici.
    La bulimia, nonostante spesso rappresenti l’altro lato della medaglia delle persone anoressiche che non riescono più a controllare la fame, lascia sul corpo segni meno evidenti: per questo è più difficile da riconoscere rispetto all’anoressia.

    Binge Eating Disorder
    Il Binge Eating Disorder (Disturbo da Alimentazione Incontrollata), è caratterizzato da due componenti: il desiderio di dimagrire e da contemporanei, ricorrenti episodi di perdita di controllo sul cibo, dovuti a nervosismo, emotività, noia, malinconia; queste sono le cosiddette Abbuffate conpulsive.
    Perché si possa parlare di Binge Eating Disorder occorre che coesistano un certo numero di comportamenti:

    • le abbuffate devono avvenire almeno due volte alla settimana;
    • devono verificarsi per un periodo di almeno sei mesi;
    • in genere sono indipendenti dallo stimolo della fame;
    • quasi sempre avvengono in solitudine;
    • il soggetto non trova gratificazione, ma prova un senso di colpa;
    • non esistono meccanismi di compensazione (come nella bulimia: vomito, lassativi, esagerato esercizio fisico).

     

    Vomiting
    Mentre il vomito autoindotto nella bulimia di tipo classico costituisce un rimedio riparatorio all’abuso di cibo, la vomitatrice vomita perché ha imparato ad associare piacere a questo comportamento. Si tratta, pertanto, di una vera e propria perversione, ossia di un comportamento anomalo – di per sé sgradevole – che diventa piacevole.
    L’essere basato sul piacere rende questo disturbo di non facile eliminazione, come per qualunque altro disturbo basato su una dipendenza.
    All’inizio, per queste pazienti il vomito è una soluzione per non ingrassare. Continuando nella pratica, però, la sequenza del mangiare/vomitare si trasforma poco a poco in un rituale sempre più piacevole, fino a diventare nell’arco di qualche mese il massimo dei piaceri, a cui non si riesce più a rinunciare.

    Come affrontarli?
    Il percorso di trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare si occupa dei processi di mantenimento della problematica, concentrandosi sull’eccessiva e distorta valutazione della forma del proprio corpo, del peso e del loro controllo ossessivo.

    Poichè i Disturbi del Comportamento Alimentare sono essenzialmente “disturbi cognitivi“, il fine che ci prefiggiamo di raggiungere è quello di produrre cambiamenti cognitivi, cioè aiutare il paziente a passare da modi disfunzionali di pensare a modalità funzionali, allo scopo di modificare il proprio comportamento alimentare.

    Concentrarsi sui meccanismi principali che sembrano mantenere il problema permetterà di capire il motivo per cui tale problema è auto-perpetuante e resistente al cambiamento. Inoltre, affrontare con successo i processi di mantenimento del problema alimentare offre molti benefici secondari: ad esempio, in genere aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi e migliora il funzionamento interpersonale.

    In collaborazione con il Dott. Di Bella (Nutrizionista), proponiamo un lavoro di riabilitazione e rieducazione alimentare che permetta all’individuo di diventare autonomo di fronte al cibo.
    Il trattamento prevede (a seconda delle necessità del paziente):

    • Inquadramento diagnostico
    • Riabilitazione nutrizionale
    • Incontri psicologici e psicoeducazionali individuali
    • Incontri di sostegno psicologico alla famiglia

  • Disturbi d’Ansia

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    L’ansia non rappresenta un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo e che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.
    Può capitare, però, che l’attivazione dell’organismo sia eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alla situazione, in questo caso siamo di fronte ad un Disturbo d’ansia, che può complicare la vita di una persona, rendendola incapace di affrontare anche le più comuni situazioni di vita quotidiana.

    La maggior parte degli individui con problemi di ansia lamentano una lista nuemrosa di sensazioni e di disturbi:

    • palpitazioni;
    • tachicardia;
    • sudorazione eccessiva;
    • sensazione di soffocamento;
    • dolore o fastidio al petto;
    • sensazioni di sbandamento e/o di svenimento;

    I disturbi d’ansia più comuni sono:

    • Fobia: paura eccessiva e non razionale nei confronti di situazioni ed oggetti che non sono realmente pericolosi.
    • Attacchi di panico: episodi brevi ed improvvisi di ansia e terrore caratterizzati da sensazione di soffocamento, dolore al petto, paura di morire.
    • Disturbo Ossessivo-Compulsivo: Rappresentazioni mentali (pensieri, dubbi, paure, immagini, impulsi, flash, ricordi, emozioni, canzoni) che hanno la caratteristica di essere ricorrenti, intrusive, persistenti, spiacevoli e involontarie; tali rappresentazioni sono spesso associate a comportamenti ripetitivi, ritualizzati e intenzionali che hanno lo scopo di prevenire o ridurre uno stato d’ansia.
    • Disturbo Post-traumatico da Stress: sensazione di paura ed orrore persistenti nel tempo, dopo che la persona ha vissuto un evento traumatico.
    • Disturbo d’Ansia Generalizzato: stato permanente di allarme ed agitazione senza la presenza di un reale pericolo per l’individuo.

    Se tu o un tuo caro sentite di avere i sintomi di Disturbo d’ansia, puoi decidere di contattarmi per prendere un appuntamento, oppure solamente per pormi alcune domande.

  • Disturbi dell’Umore

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    I Disturbi dell’Umore riguardano quelle patologie e quei sintomi che fanno riferimento ad un’alterazione dell’uomore, cioè il tono affettivo di base che colora l’intera esperienza del soggetto. Esso oscilla lungo un continuum che presenta ad un estremo il polo della tristezza, della sfiducia e dell’abbattimento ed all’altro estremo il polo dell’euforia e della gioia.

    L’umore viene condizionato dagli avvenimenti sia esterni che interni all’individuo: eventi positivi portano l’umore al polo dell’euforia mentre eventi negativi a quello della tristezza. Esite anche la relazione opposta per cui l’esame di realtà è condizionato dall’umore del momento: infatti, in una condizione di malumore tenderemo a vedere in ogni cosa gli aspetti più sfavorevoli, drammatizzando ogni piccolo contrattempo della vita quotidiana; invece, se ci sentiamo felici saremo in grado di affrontare i problemi in maniera positiva e, sicuramente, in modo più efficace.

    Normalmente, il tono dell’umore oscilla lungo il continuum tristezza-euforia in modo continuo; nella patologia dell’umore l’elemento centrale è proprio rappresentato dalla perdita di questa normale oscillazione dell’umore, per cui avviene il blocco dello stato d’animo in una determinata condizione (umore depresso o umore euforico) e senza possibilità di variazioni indotte dagli avvenimenti della vita.

    La realtà, dunque, non è più in grado di modificare il tono dell’umore dell’individuo, al contrario, la condizione dello stato d’animo (tristezza o euforia) continua a condizionare l’esame di realtà: il soggetto con una patologia dell’umore vedrà ogni cosa nell’ottica dettata dal suo specifico stato d’animo.

    I Disturbi dell’Umore si possono dividere in due categorie generali:

    Disturbi Depressivi che comprendono il Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Distimico, entrambi caratterizzati da carenza di energia, mancanza di volontà, sensazione di non farcela, pensieri di morte. Oltre all’umore depresso compaiono altri sintomi, spesso così debilitanti da inficiare la qualità della vita:

    • marcata affaticabilità;
    • ridotta capacità di concentrarsi;
    • tendenza a svalutarsi e ad incolparsi;
    • aumento o diminuzione di appetito;
    • disturbi del sonno;

    Disturbi Bipolari che comprendono il Disturbo Bipolare I, il Disturbo Bipolare II e il Disturbo Ciclotimico, caratterizzati da un’alternanza dell’umore che può variare, nei casi più gravi, da importanti forme di depressione ad estremi di euforia.

    Fare diagnosi di Disturbo dell’Umore è fondamentale per poter iniziare un percorso di presa di coscienza della problematica, di controllo e gestione delle emozioni per giungere ad un cambiamento cognitivo e comportamentale.

    Se tu, o un tuo caro presenta Disturbi dell’Umore puoi contattarmi per prendere un appuntamento o per farmi semplicemente alcune domande.

  • Disagio Psicologico

    Date: 2012.07.19 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Il diasgio psicologico può essere descritto come una mancata sintonia con noi stessi, (con i nostri bisogni, desideri) e con l’ambiente. Sentiamo che stiamo attraversando un momento di confusione e, in generale, di crisi.

    I punti di riferimento a cui prima eravamo abituati non sono più validi, quindi dobbiamo rivederli per modificarli o per crearne di nuovi. Questo significa che siamo costretti ad attraversare un periodo in cui siamo “scoperti”: i vecchi riferimenti non vanno più bene, ma non sappiamo ancora come e con cosa sostituirli.

    Il disagio psicologico può iniziare a qualsiasi età. I sintomi possono essere molto diversi, può verificarsi un senso di inadeguatezza, mancanza di motivazione, stati ansiosi o stati depressivi.

    Molto comune è il disagio psicologico di tipo reattivo, cioè verificatosi come conseguenza di eventi esterni e di particolari circostanze della vita, come situazioni di lutto, difficoltà economiche, separazioni, divorzio, perdita del lavoro.
    Altrettanto comune è il disagio psicologico dovuto ad alterazioni dello stato di salute, come le malattie croniche invalidanti o malattie psicosomatiche, dove è necessario trovare un nuovo equilibrio e un nuovo modo di rapportarsi a sè stessi.

    Nella società attuale siamo immersi in una moltitudine di impegni, di responsabilità e di doveri, può capitare di sentirci sovraccarichi, stressati, ecco perchè è importante intervenire affinchè questo disagio psicologico non diventi una vera e propria patologia

    Durante l’intervento psicologico è per me fondamentale intraprendere un percorso di analisi e presa di coscienza della situazione problematica, per passare, successivamente, a lavorare sulle risorse personali per rafforzarle e per migliorare le proprie capacità di pensiero e di comportamento.

    Se tu o un tuo caro vivete una situazione di disagio psicologico, puoi decidere di contattarmi per prendere un appuntamento oppure solamente per chiedere maggiori informazioni.

  • Dallo Psicologo? Io? No…

    Date: 2012.03.14 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

     

    Lo Psicologo ha sempre avuto un alone di mistero e intorno a questa figura si sono creati e consolidati negli anni alcuni falsi miti, dettati dall’ignoranza, dal senso comune o dal timore di essere etichettati come “matti”.

    Ma quali sono i motivi più frequenti descritti da chi non vuole andare dallo psicologo, pur sapendo che potrebbe aiutarlo a risolvere i suoi problemi o ad accrescere il suo benessere?

     

    IO NON SONO MATTO: “Lo psicologo cura i matti!”

    Dietro a questa errata convinzione c’è un retaggio culturale che fatica a distinguere fra medico psichiatra e psicologo, e soprattutto c’è la convinzione che i professionisti della salute mentale si occupino sempre e solo di quadri psicopatologici di una certa gravità.

    Mi è capitato spesso, sia nella mia vita privata sia nella mia pratica clinica, di conoscere persone che si vergognavano di far sapere che andavano da uno psicologo; i timori erano sempre gli stessi, chissà cosa penserebbe la gente di me… Questo pregiudizio si basa su un luogo comune largamente diffuso: chi va in terapia è matto o è seriamente problematico. La realtà è che la maggior parte degli interventi condotti dagli psicologi non riguardano i “matti” e cioè i soggetti psicotici, ma persone che soffrono di varie forme di nevrosi o di disagi relazionali, o persone che stanno attraversando una fase della loro vita particolarmente difficile.

    Molti interventi riguardano inoltre ambiti specifici (la scuola, l’azienda, la palestra) che nulla hanno a che fare con il campo della psicopatologia.

    Andare da uno psicologo è comune e normale, è un modo di prendersi cura di se stessi e del proprio benessere. E mi chiedo: È più “matto” chi si prende cura del proprio benessere o chi, con superficialità e incoscienza, si trascura e ignora la possibilità di stare meglio?

     

    CI VUOLE TROPPO TEMPO: “Non voglio stare in terapia per anni!”

    Il pensiero che un intervento psicologico duri necessariamente mesi o anni può scoraggiare dal richiederlo.

    In realtà esistono vari tipi d’intervento psicologico e solo una parte degli utenti ha bisogno di una vera e propria psicoterapia, erogata dallo psicologo psicoterapeuta. Anche fra le terapie esistono differenze nella frequenza delle sedute e nella durata complessiva.

    Poiché ogni situazione è diversa dalle altre, ogni singolo caso è a sé stante e richiede un intervento “su misura”, più o meno prolungato e approfondito, per ottenere risultati soddisfacenti e duraturi.

     

    VERGOGNA: “Cosa direbbero i miei amici e parenti se sapessero che vado da uno psicologo?”

    Si tratta indubbiamente di una questione delicata, perché non tutte le persone hanno la cultura e la sensibilità necessarie per comprendere la natura dell’intervento psicologico e il fatto che ricorrere allo psicologo sia segno di coraggio, volontà di risolvere i problemi, responsabilizzazione.

    È importante tener presente che qualunque psicologo è tenuto a non rivelare ad altri l’identità dei suoi clienti e pazienti, e che perciò nessuno conoscerà da lui l’identità delle persone con le quali lavora o ha lavorato.

    Rivelare ad altri che ci si è rivolti ad uno psicologo è una scelta, e chi non desidera farlo sapere deve solo evitare di dirlo ad altre persone.

     

    COSTI: “La spesa non vale il risultato!”

    Rivolgersi ad uno psicologo è un investimento sul proprio benessere: se è vero che un percorso psicologico ha un costo, è vero anche che una vita segnata da difficoltà e disturbi psicologici ha a sua volta un costo.

    Come per tutti gli altri servizi a pagamento per prendere una decisione è necessario rapportare la spesa al beneficio che si può ottenere, per quanto il valore della serenità e del benessere psicologico sia difficilmente quantificabile.

     

    MI BASTA UNA PILLOLA: “Non vado dallo psicologo perché preferisco prendere una pillola!”

    In un’epoca come la nostra dove si cerca di evitare in tutti i modi ogni difficoltà, esistono e si prendono pillole per tutto, senza fermarsi a riflettere che a volte la sofferenza o il disagio sono estremamente utili perché sono campanelli d’allarme che qualcosa non va e che dobbiamo prendercene cura. Un uso indiscriminato dei medicinali può essere molto dannoso… è come se guardando la lavatrice, vedessimo una spia accesa e invece di chiamare il tecnico per comprendere il problema, attaccassimo un adesivo sulla lucetta e ci dicessimo sollevati, “ora non ci sono più problemi”… per ritrovarci poi, pochi minuti dopo, con la casa allagata.

    Gli psicofarmaci sono molto utili, in alcune patologie come gravi depressioni o ansia eccessiva, sono fondamentali per riacquistare un certo equilibrio, ma è indispensabile non sottovalutare il disagio psicologico sottostante. Intanto è opportuno non affidarsi al “fai da te” ma rivolgersi ad un medico psichiatra e può essere molto utile parlare parallelamente con uno psicologo per comprendere le radici del proprio malessere.

    La concezione della terapia farmacologica come metodo che permetterebbe di evitare di parlare del problema può essere deleteria, perché in certe situazioni nulla può sostituire l’elaborazione psicologica del disagio vissuto.

     

    MI BASTA PARLARE CON UN AMICO: Perché dovrei pagare uno psicologo?

    La presenza di persone care, di cui ci fidiamo e che ci comprendono, è di estremo conforto per ognuno di noi. Avere una cerchia salda di confidenti è sano e necessario per un sereno vivere. Parlare con un amico, infatti, può alleggerire dubbi o aiutare a placare il malessere di alcuni momenti, ma difficilmente potrà aiutarci se ci sono problemi più profondi. L’aiuto che può fornire uno psicologo è diverso da quello di un amico: non ci darà consigli, ma ci aiuterà a comprendere le radici dei nostri problemi e a trovare alternative più sane e più consone ai nostri bisogni attuali. La sintonia e l’empatia che si creano tra paziente epsicologo sono potentissime e fondamentali ai fini di un cambiamento, ma sebbene questa intimità sia molto profonda, non si può pensare che lo psicologo sia un nostro amico. È invece una persona e un professionista sinceramente interessato a noi, che ci può sostenere in un momento delicato della nostra vita, aiutandoci a vedere con occhi diversi la nostra situazione.

     

    Dunque, considerato ciò, non esistono ostacoli insormontabili che impediscano di consultare uno psicologo quando si pensa di averne bisogno, perché si vive qualche disagio o perché il suo intervento potrebbe aiutare ad uscire da un momento di crisi, a fare chiarezza nei propri obiettivi e desideri, ad affrontare diversamente le fonti di stress imparando a rilassarsi, a gestire un rapporto difficile con il partner o i figli e così via.

    Superare i pregiudizi e i falsi miti sullo psicologo e la psicologia, dà la possibilità di scegliere liberamente e consapevolmente, di cogliere tutte le opportunità che un intervento psicologico può dare.

    E allora mi chiedo…perché no?

     

  • Il Binge Eating Disorder o Disturbo da Alimentazione Incontrollata

    Date: 2011.11.21 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Spesso il BED viene definito il disturbo alimentare del terzo millennio, questo perchè solo di recente tale tipo di disturbo del comportamento alimentare è stato descritto in modo chiaro ed esaustivo.

    Il comportamento caratteristico dei soggetti con BED si distingue per la presenza di episodi ricorrenti di abbuffate. Con questo termine si indica una condizione definita da due precise caratteristiche, entrambe necessarie:

    (1) mangiare in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo e in circostanze simili;

    (2) sensazione di perdere il controllo nell’atto di mangiare (ad esempio sentire di non potere smettere di mangiare o di non potere controllare cosa o quanto mangiare).

    Solitamente le “abbuffate” si consumano in segreto e questo segreto purtroppo può essere mantenuto per anni, perchè la persona continua ad avere in presenza degli altri un comportamento alimentare insospettabile.

    L’opprimente senso di colpa ed il terrore di essere scoperti porta le persone con questo disturbo ad inventare bugie e sotterfugi. La consapevolezza di mentire e ingannare le persone più vicine è veleno per la mente e per il corpo. Ciò porta ad un abbassamento dell’autostima e conduce inevitabilmente ad autopunirsi attraverso pratiche di compensazione delle abbuffate. Ci si sente delle nullità, una delusione per sè e per gli altri. Chi pensa queste cose, chiaramente, non può riuscire a superare il problema, può solo pensare di meritarlo.

    Durante le abbuffate il cibo è consumato molto velocemente, in un primo momento il piacere, la soddisfazione e un senso di libertà e trasgressione sono le sensazioni predominanti. Ma sono di breve durata. Presto il gusto piacevole lascia posto ad una disperazione nauseabonda. Subentra la sequenza di ciò che è stato fatto. Quella voracità compulsiva nel mangiare, il pensiero di non aver saputo limitarsi o controllarsi. Essere state deboli, ancora una volta.

    Ma perchè si scatenano le abbuffate? Sono tre le principali categorie che scatenano le abbuffate:

    1) Cibo e mangiare:

    • rompere regole dietetiche
    • avere a disposizione cibo “pericoloso” (troppo calorico)
    • sentirsi piani dopo aver mangiato
    • pensare troppo spesso al cibo.

    2) Peso e forma corporea:

    • rimuginare sul proprio peso e sulle proprie forme corporee
    • scoprire che il proprio peso è maggiore di quanto si pensasse
    • sentirsi grassi
    • scoprire che alcuni abiti stringono troppo.

    3) Umore negativo:

    • sentirsi depressi o infelici
    • sentirsi soli o emarginati
    • tensione, rabbia, stress, ansia, paura.

    A volte pensieri o sentimenti positivi come la felicità, la soddisfazione o l’eccitazione possono essere i precursori di un’abbuffata; si comincia per festeggiare o concedersi uno strappo alla regola e poi la cosa sfugge di mano… E allora ecco che inizialmente l’abbuffata ci dà quasi una sensazione di sollievo o di pienezza rispetto al vuoto avvertito intorno. Finalmente si può smettere di trattenersi, ci si può concedere di provare piacere. Ma la vergogna, la colpa e il disgusto sono vicinissimi.

    In questi casi è fondamentale chiedere aiuto, parlare del proprio problema con quelcuno. Per accettare sè stessi occorre cominciare a parlare di sè e di ciò che accade nella nostra vita anche se, a volte, non riusciamo a capirlo. Molte persone nel corso della loro vita si sono trovate a chiedersi: <<Forse io non sono normale. Ho in testa cose strane, che gli altri non capirebbero. Non posso raccontarle, sono trappo strane>>.

    Riconoscere in tempo che c’è qualcosa che non va e confrontarsi con una persona di fiducia impedisce ad un problema di impadronirsi completamente della nostra vita.

  • Miti sui disturbi del comportamento alimentare

    Date: 2011.11.18 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Mito 1: Per avere la diagnosi di disturbo alimentare bisogna essere sotto peso

    I disturbi dell’alimentazione affliggono persone di taglie e peso diverso. Molte persone con questi disturbi possono essere normopeso o sovrappeso.

    Mito 2: Solo le adolescenti e le giovani donne sono affette da disturbi alimentari

    Sebbene i disturbi alimentari siano più comuni nelle giovani donne tra i 13 e i 20 anni, possono essere presenti in uomini e donne di qualsiasi età.

    Mito 3: Le persone che soffrono di un disturbo alimentare sono superficiali e vanitose

    Non è la vanità a condurre chi soffre di questi disturbi a seguire diete rigide o essere ossessivi sul proprio corpo, ma il tentativo di gestire i sentimenti di vergogna, ansia e impotenza.

    Mito 4: I disturbi alimentari non sono realmente pericolosi

    Tutti i disturbi alimentari possono condurre a problemi irreversibili e a volte pericolosi per la vita delle persone come malattie cardiache, fragilità ossea, rachitismo, infertilità e danni al fegato.

  • Disturbo dell’Attenzione ed Iperattività

    Date: 2011.11.17 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    La caratteristica più evidente del bambino iperattivo è la sua incapacità costante a restare fermo e tranquillo, anche per brevi periodi di tempo. Non si tratta di un bambino vivace, ma permanentemente eccitato, in continuo movimento, dotato d’infinita energia.
    Il suo interesse per le cose è continuamente orientato e spostato, da un oggetto all’altro, senza che nessun’attività riesca a coinvolgerlo a lungo o completamente. Una frenetica agitazione che ha un solo fine: il suo incessante movimento.
    Il continuo muoversi è un bisogno vitale che non si esaurisce neppure durante il sonno, ed è caratterizzato da movimenti segmentari (agitare le braccia o le gambe) o di tutto il corpo (rotolarsi, sollevarsi).
    L’irrequietezza e l’inquietudine contagiano chiunque sia loro vicino di un senso d’ansia che in un maldestro tentativo di rimozione induce a sollecitare il bambino a stare fermo, raggiungendo l’unico obbiettivo di incrementarne l’agitazione.

    A scuola l’aumento delle costrizioni amplifica l’evidenza del problema, mettendo in evidenza, nel confronto con gli altri, una condizione di diversità sanzionata dai rimproveri e dalle esortazioni a stare attento, ad imparare, a non disturbare i compagni.
    Sollecitazioni razionali che vorrebbero eludere il problema. Non solo il corpo è in perenne agitazione, ma anche la mente impegnata a catturare idee su idee, senza perderne nessuna ma senza fermarsi su alcuna.
    Al contrario della vivacità, caratterizzata dalla gioiosa eccitazione dei bambini, negli iperattivi non c’è solarità, piacere, felicità ma solo un’angosciosa e penosa tensione.

    In tutte le occasioni in cui compare un vissuto frustrante, il bambino iperattivo cerca di fuggire da ogni possibile processo elaborativo della mente con i compensatori movimenti corporei e con l’eccitazione mentale.
    Evita di pensare, di concentrarsi, di riflettere costruendo un’estrema barriera per arginare l’ansia che non può condividere con nessuno. Sebbene non vi sia un deficit dell’intelligenza, il bambino iperattivo, fortemente caratterizzato da
    egocentrismo e senso di onnipotenza, ritiene, dopo una superficiale valutazione, di aver compreso tutto ciò che colpisce il suo frammentario interesse: parole, frasi, immagini, situazioni.
    Tale convinzione di aver capito tutto gli fa rivolgere l’attenzione verso altro, senza mai indugiarsi in quelle riflessioni che consentono di sviluppare le proprie capacità d’apprendimento. La sottovalutazione del disturbo, ma soprattutto la superficialità nel considerare le conseguenze, produce un serio deficit dell’apprendimento con tutti gli immaginabili esiti che travalicano il cognitivo
    e che vanno ad interferire con lo sviluppo delle abilità sociali e relazionali.

    Hanno molti amici, ma non riescono mai a rendere profondo alcun rapporto in quanto non sanno spostare l’interesse lontano da se stessi e dal loro bisogno di muoversi.
    Da un punto di vista terapeutico gli psichiatri hanno affrontato, ed ottenuto discreti risultati con l’uso di psicofarmaci a base d’anfetamine (non autorizzati in Italia) che, sebbene abbiano un effetto eccitante, nei bambini iperattivi hanno prodotto un effetto ansiolitico, con controllo dell’ipereccitabilità e con miglioramento evidente delle abilità scolastiche.
    Protetto dallo schermo chimico del farmaco il bambino sta buono, non disturba, va bene a scuola e si concentra.

    Ma qual è il prezzo di così evidenti e brillanti risultati?
    Non dobbiamo dimenticare che le anfetamine rientrano tra i farmaci ad effetto dopante. Il nostro bambino dal ritrovato equilibrio comincia a perdere peso e desiderio di mangiare, cresce più lentamente, non riesce a dormire, può presentare tremore, convulsioni, disturbi extrapiramidali, disturbi cardiaci, disturbi psichici, per citare alcuni dei disturbi collaterali scatenati dal farmaco.
    Gli effetti a lungo termine delle anfetamine in un cervello in formazione sono lontani dall’essere conosciuti.

    Il controllo solo degli aspetti più appariscenti di un disturbo ad etiologia ambientale e psicologica, sembra essere molto costoso rispetto ai benefici prodotti.
    E’ indubbiamente più faticoso, più incerto e più lungo il recupero della funzione protettiva della famiglia, che dovrà mobilitarsi per mettere in atto le strategie ed
    eventualmente i consigli dello specialista per arginare ed eliminare tutti i comportamenti disfunzionali.
    Occorre iniziare tale percorso dall’inibizione di quella spirale di nervosismo e tensione che circonda il bambino, interpretando correttamente le sue richieste d’aiuto che, al contrario di quanto possa sembrare, richiede vicinanza ed
    attenzione. Occorrerà che il bambino percepisca con chiarezza che al suo stato di agitazione si contrappone un modello di calma e di tranquillità, che cercherà di imitare e che forse indurrà nei genitori una qualche riflessione sugli inutili frenetici ritmi che l’adulto s’impone.

  • L’autismo infantile

    Date: 2011.10.27 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Tra i disturbi del comportamento indubbiamente la forma più grave e complessa è l’autismo, la cui principale caratteristica è data dall’incapacità a stabilire una relazione con gli altri.
    Tale specificità rende il disturbo più evidente e drammatico con l’ingresso nella scuola materna, ma il suo esordio è antecedente l’inserimento scolastico.
    All’origine dell’autismo si presume l’esistenza di un danno neurobiologico che può presentare aspetti diversi da caso a caso. In alcuni casi l’autismo si manifesta con caratteri transitori, della durata di mesi o anni. Alla sua regressione si riscontrano disabilità di altra natura.
    Più spesso l’autismo non presenta nessuna regressione o guarigione per tutto il decorso della vita.

    L’autismo si fonda su tre criteri principali:
    1) Alterazione grave della reciprocità sociale.
    2) Grave anomalia della Comunicazione Verbale.
    3) Ristretto repertorio comportamentale.
    Nei bambini affetti da autismo, in cui l’esordio della malattia si realizza prima dei 30 mesi di età, la malattia colpisce la mancanza di reattività nei confronti degli altri, l’assenza completa del linguaggio o la marcata riduzione della capacità di parlare (ecolalia, linguaggio metaforico, inversione dei pronomi….), stereotipie comportamentali che possono essere agite immodificate per lunghi intervalli di tempo.
    La comunicazione non verbale è marcatamente anormale (con differenze quantitative da caso a caso).
    Si osserva, quasi costantemente, l’incapacità a giocare e a fare amicizia con i coetanei.
    Nei casi in cui la presenza di sintomi autistici è incompleta si usa l’espressione di disturbo pervasivo dello sviluppo.
    Dopo sessanta anni le aspre dispute sulla natura e la cura dell’autismo sono
    ancora attuali, non vi è nessun argomento in ambito neuropsichiatrico
    infantile che abbia determinato così violenti ed accaniti scontri nel mondo
    scientifico.
    Ricercatori osannati (Bettlheim e Tinbergen per citare i più illustri) sono stati, a distanza di alcuni anni, violentemente contestati per le loro affermazioni, se non
    addirittura isolati dalla comunità scientifica.
    Le dispute scientifiche sono spesso diventate sfide personali, a cui non poca confusione hanno aggiunto personaggi estranei al mondo accademico e scientifico che hanno “illuminato a sprazzi”, con le loro proposte di protocolli terapeutici innovativi, le speranze di angosciate famiglie.
    In qualunque modo si vuole inquadrare, l’autismo è un grave disordine dello sviluppo, le cui possibilità di guarigione sono modestissime se non addirittura assenti. Tale assunto, peraltro non condiviso da molti ricercatori, in vero molto
    parziali nel difendere il primato della propria metodologia terapeutica, non comporta l’assunzione di un atteggiamento di passiva accettazione e di rinuncia; occorre, invece, adoperarsi, pur evitando accanimenti terapeutici nocivi, al
    fine di individuare la strategia riabilitativa, farmacologica e dietetica più adatta per ogni bambino ed in grado di attenuare gli effetti devastanti della disabilità.
    L’autismo, per la sua gravità, non può mai essere considerato “un problema di famiglia”, la sua ripercussione nel sociale, trattandosi di una delle condizioni più gravi di disabilità, impone la coattivazione di più sistemi: sanità, istruzione, assistenza sociale che vadano a contenere e sostenere la famiglia, indotta, dal senso d’impotenza e frustrazione, ad organizzarsi rigidamente in un modello
    psicotico, scisso dalla realtà che non poco contribuisce a rendere più drammatica una condizione già molto compromessa.

  • I siti web Pro-anoressia

    Date: 2011.10.06 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Cosa sono i siti web Pro Anoressia, o siti Pro Ana?

    Il primo sviluppo dei siti Web Pro Anoressia si è registrato con la realizzazione di Blog (diari on-line). In questi diari molte ragazze dichiarano patologici obbiettivi di dimagrimento, tipicamente di carattere anoressico/bulimico, redigendo una sorta di diario sull’evoluzione del disturbo alimentare.

    Il fenomeno Pro Ana si struttura, più saldamente, con la nascita dei Forum privati Pro Ana: sono blog, forum, chat, community e siti che esaltano l’anoressia e la bulimia, dove si dispensano consigli e suggerimenti su come diventare anoressiche e bulimiche doc.

    Chi partecipa a questi forum si dichiara seguace della Filosofia di Ana; filosofia che si contrappone alla classificazione dei comportamenti anoressici e bulimici, propria del mondo medico. L’anoressia, per le seguaci di Ana, non è una malattia ma una ricerca spirituale della magrezza.

    Tale filosofia si oppone rigidamente alla visione di Anoressia e Bulimia come patologie psichiatriche, o comunque dovute a una condizione di sofferenza e disagio, disarticolata dalla condizione sintomatologica, del rapporto col proprio corpo (e con il cibo). La Filosofia Pro Ana mira, infatti, a proclamare uno stile di vita alternativo, dove si promuove l’obbiettivo antibiologico della liberazione, totale, dalla dipendenza da cibo: l’Anoressia Nervosa.

    Per espletare ciò, i Forum Pro Ana danno vita a gruppi virtuali, con sembianze di sette religiose: le adepte di Ana, dove Ana è una musa ispiratrice ed un ideale supremo.

    In questo sentimento di onnipotenza, è possibile leggere un tentativo di settorializzazione delle condotte anoressico/bulimiche, particolarmente nella volontà delle adepte, di non essere etichettate come “malate”, ma di essere “guardate” come persone che mirano ad un obbiettivo non conforme alla società circostante.

    Questi Forum favoriscono la creazione di comunità virtuali, dove le ragazze discutono e si sostengono, nel perseguimento dell’obbiettivo della magrezza assoluta. Questi spazi sono, infatti, composti da un luogo di discussione principale, nel quale vengono discussi gli argomenti più importanti, e da luoghi di discussione secondari; sono inoltre caratterizzati da un rilevante numero di materiali incentivanti e rinforzanti il delirio sintomatologico (es: i 10 comandamenti di Ana, i motivi per non mangiare, come non farsi scoprire, i consigli per vomitare meglio, foto di modelle scheletriche, ecc.).

    Una caratteristica peculiare, e tecnica, dei siti web Pro Anoressia, è l’impossibilità di monitorarne la nascita e l’evoluzione, a causa della velocità con cui vengono chiusi e ricreati, rendendo inoltre inefficace un’azione repressiva.

    Questo il “Credo di Ana”:

    Il Credo Ana, una sorta di Mantra: gira online nei siti che esaltano l’anoressia

    Credo nel controllo, unica forza ordinatrice del caos che altrimenti sarebbe la mia vita
    Credo che fino a quando sarò grassa resterò l’essere più disgustoso e inutile a questo mondo e non meriterò il tempo e l’attenzione di nessuno
    Credo negli sforzi, nei doveri e nelle autoimposizioni come assolute e infrangibili leggi per determinare il mio comportamento quotidiano.
    Credo nella perfezione, mia unica meta verso cui rivolgere tutti i miei sforzi
    Credo nella bilancia come unico indicatore di successi e fallimenti
    Credo nell’Ana, mia unica filosofia e religione
    Credo nell’Inferno, perchè questo mondo me lo ha mostrato.

     

     

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