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  • Che cos’è la Psicologia?

    Date: 2012.07.19 | Category: Domande Frequenti | Response: 0

     

    La psicologia, secondo una sintetica ma non esaustiva definizione, è la scienza che studia il comportamento umano e che cerca di comprendere ed interpretare i processi mentali ed affettivi che lo determinano con lo scopo di promuovere il miglioramento della qualità della vita.
    Tra gli oggetti di studio e di approfondimento della psicologia si possono citare la memoria, l’intelligenza, l’apprendimento, la comunicazione, le emozioni, l’affettività, la motivazione, la frustrazione, l’aggressività, il conflitto; ed ancora la personalità, le relazioni, le forme organizzative ed i gruppi. La psicologia è un campo di studio che fonda i sui risultati sulla ricerca scientifica.
    Le competenze e gli strumenti offerti dalla psicologia trovano applicazione in tutti i contesti della vita quotidiana nei quali ci si occupa del benessere psicologico dell’individuo, del gruppo, della comunità quali:

    • fasi del ciclo di vita (infanzia, adolescenza, genitorialità, terza età)
    • prevenzione e benessere (salute, stili di vita, dipendenze, etc)
    • sviluppo ed educazione (scuola, apprendimento, processi di formazione, etc)
    • lavoro ed organizzazione (selezione, valutazione, analisi organizzativa, interventi sui gruppi, etc)

    Per approfondimenti puoi cliccare sui seguenti link:

  • DSA: il ruolo dello Psicologo

    Date: 2012.07.02 | Category: Disturbi Specifici dell'Apprendimento | Response: 0

    Finalmente i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), ovvero la Dislessia, la Disortografia e la Discalculia sono riconosciuti e definiti dallo Stato Italiano con la Legge 8 Ottobre 2010 n. 170 “NUOVE NORME IN MATERIA DI DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO IN AMBITO SCOLASTICO”; con la quale si riconoscono le difficoltà dei bambini affetti da DSA, si stabilisce come diagnosticarli e chi può farlo, si prevedono attività di prevenzione e momenti di aiuto scolastico, si indica alla scuola il comportamento più adeguato da tenere in sede didattica ed alla sanità quali sono gli obblighi istituzionali da seguire in questi casi.
    Nel mese di luglio 2011 è stato elaborato il Decreto attuativo della suddetta Legge 170, con il quale vengono fornite le indicazioni per la diagnosi e la certificazione diagnostica dei DSA, e le  “Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbo Specifico dell’Apprendimento”.
    Con il Decreto attuativo si evidenzia che per formulare la diagnosi ed effettuare consulenza in materia di DSA “è indicato lʼapproccio interdisciplinare” e che “gli specialisti coinvolti” sono “Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista”.
    Si vede dunque come in questo lavoro gli Psicologi devono essere in prima fila per specifica competenza, sia in sede diagnostica e consulenziale, che in ambito riabilitativo; ma possono anche essere protagonisti del trattamento cognitivo diretto ai bambini con DSA, da non confondersi con la tradizionale riabilitazione logopedica.
    Qual è, dunque, il ruolo dello Psicologo nei casi di DSA?

    Lo Psicologo è un professionista in grado di descrivere lo sviluppo dell’apprendimento in un bambino e riconoscerne gli eventuali eventi disturbanti o psicopatogeni: è esperienza costante che problemi nel percorso di apprendimento scolastico possono compromettere in modo irreversibile la motivazione allo studio, la percezione del Sé e la dinamica relazionale presente e futura in cui il bambino vive e cresce.
    I DSA riguardano le basi su cui poggia tutto il percorso di apprendimento scolastico. Essi quindi vanno esplorati dettagliatamente e singolarmente per scoprirne l’andamento funzionale o disfunzionale che sia, innanzitutto rifacendosi alle procedure ed agli strumenti  raccomandati nella Consensus Conference (clicca qui per maggiori info).
    Per capire il punto di partenza di una buona procedura psicodiagnostica occorre innanzitutto ricordare quanto affermato alla Consensus Conference : “La principale caratteristica di definizione di questa “categoria nosografia” (i DSA), è quella della “specificità”, intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. In questo senso, il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per lʼetà e/o la classe frequentata) e lʼintelligenza generale (adeguata per lʼetà cronologica).

    Quindi, una volta esclusa una eventuale patogenesi di tipo medico, il primo elemento da valutare è il funzionamento cognitivo del bambino: il suo profilo di intelligenza è nello stesso tempo, criterio diagnostico esclusivo/inclusivo e punto di partenza di un’analisi che successivamente deve approfondire i singoli aspetti dell’apprendimento alla luce delle capacità cognitive generali e particolari del bambino.
    In questa prima fase è necessario che la valutazione dei livelli cognitivi/intellettivi sia fatta da uno Psicologo, il quale ha la competenza per fare una “misurazione” psicometrica dell’intelligenza rispettosa dei canoni scientifici richiesti,  inserendo i valori evidenziati in un contesto più ampio di valutazioni che comprenderà il particolare stato emotivo, relazionale e socio-culturale di quel bambino in quel momento.
    Solo dopo questa prima valutazione è possibile passare all’osservazione delle competenze di base acquisite fino a quel momento in lettura, in scrittura ed in matematica.
    Anche in questo lavoro devono essere usati gli strumenti standardizzati ormai da tempo a disposizione degli Psicologi, che sono in grado di confrontare la prestazione del bambino oggetto dell’analisi diagnostica, con la corrispondente capacità attesa per l’età, allo scopo di determinare le discrepanze esistenti e poter descrivere l’eventuale presenza di DSA.
    Il processo diagnostico deve procedere con l’esplorazione delle funzioni neuropsicologiche connesse al processo di apprendimento, in particolare sarà importante valutare il funzionamento della Memoria (soprattutto la Memoria di Lavoro che è principalmente coinvolta), l’Attenzione e la Concentrazione, le abilità visuo-spaziali e di organizzazione temporale. Anche in questi casi sono necessarie conoscenze prettamente di tipo psicologico e neuropsicologico e l’uso di strumenti standardizzati, senza i quali l’osservazione rimane solo empirica e priva della capacità di valutare le eventuali discrepanze con il funzionamento atteso per l’età.
    L’analisi diagnostica si completa con la necessaria esplorazione dei coinvolgimenti emotivo-relazionali e delle dinamiche psicologiche che le esperienze frustranti connesse con il DSA, hanno sedimentano nella personalità del bambino in crescita. Inutile dire che lo Psicologo ha le competenze e gli strumenti per addentrarsi su questo terreno, ma è anche necessario dire che i risultati di questa indagine saranno fondamentali sia per il progetto riabilitativo logopedico che per il trattamento che ho definito di “potenziamento cognitivo”; ogni Psicologo infatti sa bene quanto sia importante il vissuto dell’ IO per il raggiungimento di qualunque meta, e quanto sia fondamentale che qualunque tipo di trattamento sia accompagnato da idoneo supporto psicologico.
    Occorre conoscere, sapere cosa fare, per formulare una diagnosi; occorre partecipare alla progettazione ed al monitoraggio delle attività di
    riabilitazione logopedica fintanto che sono efficaci; bisogna impegnarsi in consulenze di supporto a scuola e famiglia e trattare i bambini con potenziamenti idonei ad aiutarli a superare il loro problema dal punto di vista cognitivo ed emotivo. Lo Psicologo può fare molto, ma deve approfondire e dedicarsi a questa area professionale secondo le direttive e le linee guida operative che provengono dalla Consensus Conference e dalle norme in materia. Un lavoro che devono saper fare gli Psicologi del Servizio Sanitario Nazionale che lavorano con l’Età Evolutiva, ma anche, e forse soprattutto, i liberi professionisti che troveranno in questo campo abbondante lavoro.

  • Dallo Psicologo? Io? No…

    Date: 2012.03.14 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

     

    Lo Psicologo ha sempre avuto un alone di mistero e intorno a questa figura si sono creati e consolidati negli anni alcuni falsi miti, dettati dall’ignoranza, dal senso comune o dal timore di essere etichettati come “matti”.

    Ma quali sono i motivi più frequenti descritti da chi non vuole andare dallo psicologo, pur sapendo che potrebbe aiutarlo a risolvere i suoi problemi o ad accrescere il suo benessere?

     

    IO NON SONO MATTO: “Lo psicologo cura i matti!”

    Dietro a questa errata convinzione c’è un retaggio culturale che fatica a distinguere fra medico psichiatra e psicologo, e soprattutto c’è la convinzione che i professionisti della salute mentale si occupino sempre e solo di quadri psicopatologici di una certa gravità.

    Mi è capitato spesso, sia nella mia vita privata sia nella mia pratica clinica, di conoscere persone che si vergognavano di far sapere che andavano da uno psicologo; i timori erano sempre gli stessi, chissà cosa penserebbe la gente di me… Questo pregiudizio si basa su un luogo comune largamente diffuso: chi va in terapia è matto o è seriamente problematico. La realtà è che la maggior parte degli interventi condotti dagli psicologi non riguardano i “matti” e cioè i soggetti psicotici, ma persone che soffrono di varie forme di nevrosi o di disagi relazionali, o persone che stanno attraversando una fase della loro vita particolarmente difficile.

    Molti interventi riguardano inoltre ambiti specifici (la scuola, l’azienda, la palestra) che nulla hanno a che fare con il campo della psicopatologia.

    Andare da uno psicologo è comune e normale, è un modo di prendersi cura di se stessi e del proprio benessere. E mi chiedo: È più “matto” chi si prende cura del proprio benessere o chi, con superficialità e incoscienza, si trascura e ignora la possibilità di stare meglio?

     

    CI VUOLE TROPPO TEMPO: “Non voglio stare in terapia per anni!”

    Il pensiero che un intervento psicologico duri necessariamente mesi o anni può scoraggiare dal richiederlo.

    In realtà esistono vari tipi d’intervento psicologico e solo una parte degli utenti ha bisogno di una vera e propria psicoterapia, erogata dallo psicologo psicoterapeuta. Anche fra le terapie esistono differenze nella frequenza delle sedute e nella durata complessiva.

    Poiché ogni situazione è diversa dalle altre, ogni singolo caso è a sé stante e richiede un intervento “su misura”, più o meno prolungato e approfondito, per ottenere risultati soddisfacenti e duraturi.

     

    VERGOGNA: “Cosa direbbero i miei amici e parenti se sapessero che vado da uno psicologo?”

    Si tratta indubbiamente di una questione delicata, perché non tutte le persone hanno la cultura e la sensibilità necessarie per comprendere la natura dell’intervento psicologico e il fatto che ricorrere allo psicologo sia segno di coraggio, volontà di risolvere i problemi, responsabilizzazione.

    È importante tener presente che qualunque psicologo è tenuto a non rivelare ad altri l’identità dei suoi clienti e pazienti, e che perciò nessuno conoscerà da lui l’identità delle persone con le quali lavora o ha lavorato.

    Rivelare ad altri che ci si è rivolti ad uno psicologo è una scelta, e chi non desidera farlo sapere deve solo evitare di dirlo ad altre persone.

     

    COSTI: “La spesa non vale il risultato!”

    Rivolgersi ad uno psicologo è un investimento sul proprio benessere: se è vero che un percorso psicologico ha un costo, è vero anche che una vita segnata da difficoltà e disturbi psicologici ha a sua volta un costo.

    Come per tutti gli altri servizi a pagamento per prendere una decisione è necessario rapportare la spesa al beneficio che si può ottenere, per quanto il valore della serenità e del benessere psicologico sia difficilmente quantificabile.

     

    MI BASTA UNA PILLOLA: “Non vado dallo psicologo perché preferisco prendere una pillola!”

    In un’epoca come la nostra dove si cerca di evitare in tutti i modi ogni difficoltà, esistono e si prendono pillole per tutto, senza fermarsi a riflettere che a volte la sofferenza o il disagio sono estremamente utili perché sono campanelli d’allarme che qualcosa non va e che dobbiamo prendercene cura. Un uso indiscriminato dei medicinali può essere molto dannoso… è come se guardando la lavatrice, vedessimo una spia accesa e invece di chiamare il tecnico per comprendere il problema, attaccassimo un adesivo sulla lucetta e ci dicessimo sollevati, “ora non ci sono più problemi”… per ritrovarci poi, pochi minuti dopo, con la casa allagata.

    Gli psicofarmaci sono molto utili, in alcune patologie come gravi depressioni o ansia eccessiva, sono fondamentali per riacquistare un certo equilibrio, ma è indispensabile non sottovalutare il disagio psicologico sottostante. Intanto è opportuno non affidarsi al “fai da te” ma rivolgersi ad un medico psichiatra e può essere molto utile parlare parallelamente con uno psicologo per comprendere le radici del proprio malessere.

    La concezione della terapia farmacologica come metodo che permetterebbe di evitare di parlare del problema può essere deleteria, perché in certe situazioni nulla può sostituire l’elaborazione psicologica del disagio vissuto.

     

    MI BASTA PARLARE CON UN AMICO: Perché dovrei pagare uno psicologo?

    La presenza di persone care, di cui ci fidiamo e che ci comprendono, è di estremo conforto per ognuno di noi. Avere una cerchia salda di confidenti è sano e necessario per un sereno vivere. Parlare con un amico, infatti, può alleggerire dubbi o aiutare a placare il malessere di alcuni momenti, ma difficilmente potrà aiutarci se ci sono problemi più profondi. L’aiuto che può fornire uno psicologo è diverso da quello di un amico: non ci darà consigli, ma ci aiuterà a comprendere le radici dei nostri problemi e a trovare alternative più sane e più consone ai nostri bisogni attuali. La sintonia e l’empatia che si creano tra paziente epsicologo sono potentissime e fondamentali ai fini di un cambiamento, ma sebbene questa intimità sia molto profonda, non si può pensare che lo psicologo sia un nostro amico. È invece una persona e un professionista sinceramente interessato a noi, che ci può sostenere in un momento delicato della nostra vita, aiutandoci a vedere con occhi diversi la nostra situazione.

     

    Dunque, considerato ciò, non esistono ostacoli insormontabili che impediscano di consultare uno psicologo quando si pensa di averne bisogno, perché si vive qualche disagio o perché il suo intervento potrebbe aiutare ad uscire da un momento di crisi, a fare chiarezza nei propri obiettivi e desideri, ad affrontare diversamente le fonti di stress imparando a rilassarsi, a gestire un rapporto difficile con il partner o i figli e così via.

    Superare i pregiudizi e i falsi miti sullo psicologo e la psicologia, dà la possibilità di scegliere liberamente e consapevolmente, di cogliere tutte le opportunità che un intervento psicologico può dare.

    E allora mi chiedo…perché no?

     

  • Disturbi Specifici dell’Apprendimento

    Date: 2012.02.06 | Category: Disturbi Specifici dell'Apprendimento | Response: 0

    GLI INSEGNANTI DICONO CHE MIO FIGLIO…

    • è intelligente ma svogliato, è distratto, non si impegna abbastanza
    • si rifiuta di leggere o di scrivere
    • mentre legge o scrive si muove continuamente sulla sedia, si avvicina/allontana dal libro
    • è incostante ed ha risultati scolastici altalenanti
    • evita di copiare dalla lavagna o non fa in tempo a finire
    • è troppo lento nel finire i compiti

    IO A CASA HO NOTATO…

    • una lettura lenta, quasi sillabando
    • molti errori di lettura e inversioni di lettere (“b” e “d”; “p” e “q”…)
    • scrittura lenta, con notevoli errori ortografici, inversioni di lettere e/o scrittura quasi incomprensibile
    • troppo tempo per svolgere i compiti
    • difficoltà e lentezza nel fare i conti in matematica
    • problemi nell’imparare a memoria le tabelline
    • scarsa attenzione e concentrazione nello studio
    • poca motivazione ed inefficace metodo di studio

    Si tratterà di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento?

    Contatta la Dott.ssa Scala per avere maggiori informazioni:

    sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento

    sulla Legge 170/10 – “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”

    su come richiedere alla scuola il Piano Didattico Personalizzato

    Valutazione specialistica

    • Colloquio di valutazione iniziale
    • Prove di apprendimento di base
    • Valutazione funzionale personalizzata
    • Colloquio con i genitori
    • Relazione clinica per la famiglia
    • Relazione per la scuola e richiesta del Piano Didattico Personalizzato

    Aree di intervento

    • Potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento scolastico
    • Abilitazione delle competenze meta-fonologiche, meta-linguistiche, lessicali, grafiche ed ortografiche
    • Riabilitazione del processo di lettura strumentale
    • Riabilitazione delle componenti ortografiche della scrittura
    • Riabilitazione delle componenti prassiche della scrittura
    • Potenziamento dell’apprendimento del calcolo matematico
    • Potenziamento del problem solving matematico e geometrico
    • Potenziamento della comprensione del testo e del metodo di studio
    • Training all’utilizzo di software compensativi
  • La dislessia

    Date: 2012.01.24 | Category: Disturbi Specifici dell'Apprendimento | Response: 0

    http://youtu.be/E2NDLsZ8VFA

  • Corsi di formazione

    Date: 2012.01.14 | Category: Corsi di Formazione | Response: 0

    Corsi di Psicologia

     

     

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  • Il Binge Eating Disorder o Disturbo da Alimentazione Incontrollata

    Date: 2011.11.21 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Spesso il BED viene definito il disturbo alimentare del terzo millennio, questo perchè solo di recente tale tipo di disturbo del comportamento alimentare è stato descritto in modo chiaro ed esaustivo.

    Il comportamento caratteristico dei soggetti con BED si distingue per la presenza di episodi ricorrenti di abbuffate. Con questo termine si indica una condizione definita da due precise caratteristiche, entrambe necessarie:

    (1) mangiare in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo e in circostanze simili;

    (2) sensazione di perdere il controllo nell’atto di mangiare (ad esempio sentire di non potere smettere di mangiare o di non potere controllare cosa o quanto mangiare).

    Solitamente le “abbuffate” si consumano in segreto e questo segreto purtroppo può essere mantenuto per anni, perchè la persona continua ad avere in presenza degli altri un comportamento alimentare insospettabile.

    L’opprimente senso di colpa ed il terrore di essere scoperti porta le persone con questo disturbo ad inventare bugie e sotterfugi. La consapevolezza di mentire e ingannare le persone più vicine è veleno per la mente e per il corpo. Ciò porta ad un abbassamento dell’autostima e conduce inevitabilmente ad autopunirsi attraverso pratiche di compensazione delle abbuffate. Ci si sente delle nullità, una delusione per sè e per gli altri. Chi pensa queste cose, chiaramente, non può riuscire a superare il problema, può solo pensare di meritarlo.

    Durante le abbuffate il cibo è consumato molto velocemente, in un primo momento il piacere, la soddisfazione e un senso di libertà e trasgressione sono le sensazioni predominanti. Ma sono di breve durata. Presto il gusto piacevole lascia posto ad una disperazione nauseabonda. Subentra la sequenza di ciò che è stato fatto. Quella voracità compulsiva nel mangiare, il pensiero di non aver saputo limitarsi o controllarsi. Essere state deboli, ancora una volta.

    Ma perchè si scatenano le abbuffate? Sono tre le principali categorie che scatenano le abbuffate:

    1) Cibo e mangiare:

    • rompere regole dietetiche
    • avere a disposizione cibo “pericoloso” (troppo calorico)
    • sentirsi piani dopo aver mangiato
    • pensare troppo spesso al cibo.

    2) Peso e forma corporea:

    • rimuginare sul proprio peso e sulle proprie forme corporee
    • scoprire che il proprio peso è maggiore di quanto si pensasse
    • sentirsi grassi
    • scoprire che alcuni abiti stringono troppo.

    3) Umore negativo:

    • sentirsi depressi o infelici
    • sentirsi soli o emarginati
    • tensione, rabbia, stress, ansia, paura.

    A volte pensieri o sentimenti positivi come la felicità, la soddisfazione o l’eccitazione possono essere i precursori di un’abbuffata; si comincia per festeggiare o concedersi uno strappo alla regola e poi la cosa sfugge di mano… E allora ecco che inizialmente l’abbuffata ci dà quasi una sensazione di sollievo o di pienezza rispetto al vuoto avvertito intorno. Finalmente si può smettere di trattenersi, ci si può concedere di provare piacere. Ma la vergogna, la colpa e il disgusto sono vicinissimi.

    In questi casi è fondamentale chiedere aiuto, parlare del proprio problema con quelcuno. Per accettare sè stessi occorre cominciare a parlare di sè e di ciò che accade nella nostra vita anche se, a volte, non riusciamo a capirlo. Molte persone nel corso della loro vita si sono trovate a chiedersi: <<Forse io non sono normale. Ho in testa cose strane, che gli altri non capirebbero. Non posso raccontarle, sono trappo strane>>.

    Riconoscere in tempo che c’è qualcosa che non va e confrontarsi con una persona di fiducia impedisce ad un problema di impadronirsi completamente della nostra vita.

  • Miti sui disturbi del comportamento alimentare

    Date: 2011.11.18 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Mito 1: Per avere la diagnosi di disturbo alimentare bisogna essere sotto peso

    I disturbi dell’alimentazione affliggono persone di taglie e peso diverso. Molte persone con questi disturbi possono essere normopeso o sovrappeso.

    Mito 2: Solo le adolescenti e le giovani donne sono affette da disturbi alimentari

    Sebbene i disturbi alimentari siano più comuni nelle giovani donne tra i 13 e i 20 anni, possono essere presenti in uomini e donne di qualsiasi età.

    Mito 3: Le persone che soffrono di un disturbo alimentare sono superficiali e vanitose

    Non è la vanità a condurre chi soffre di questi disturbi a seguire diete rigide o essere ossessivi sul proprio corpo, ma il tentativo di gestire i sentimenti di vergogna, ansia e impotenza.

    Mito 4: I disturbi alimentari non sono realmente pericolosi

    Tutti i disturbi alimentari possono condurre a problemi irreversibili e a volte pericolosi per la vita delle persone come malattie cardiache, fragilità ossea, rachitismo, infertilità e danni al fegato.

  • Disturbo dell’Attenzione ed Iperattività

    Date: 2011.11.17 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    La caratteristica più evidente del bambino iperattivo è la sua incapacità costante a restare fermo e tranquillo, anche per brevi periodi di tempo. Non si tratta di un bambino vivace, ma permanentemente eccitato, in continuo movimento, dotato d’infinita energia.
    Il suo interesse per le cose è continuamente orientato e spostato, da un oggetto all’altro, senza che nessun’attività riesca a coinvolgerlo a lungo o completamente. Una frenetica agitazione che ha un solo fine: il suo incessante movimento.
    Il continuo muoversi è un bisogno vitale che non si esaurisce neppure durante il sonno, ed è caratterizzato da movimenti segmentari (agitare le braccia o le gambe) o di tutto il corpo (rotolarsi, sollevarsi).
    L’irrequietezza e l’inquietudine contagiano chiunque sia loro vicino di un senso d’ansia che in un maldestro tentativo di rimozione induce a sollecitare il bambino a stare fermo, raggiungendo l’unico obbiettivo di incrementarne l’agitazione.

    A scuola l’aumento delle costrizioni amplifica l’evidenza del problema, mettendo in evidenza, nel confronto con gli altri, una condizione di diversità sanzionata dai rimproveri e dalle esortazioni a stare attento, ad imparare, a non disturbare i compagni.
    Sollecitazioni razionali che vorrebbero eludere il problema. Non solo il corpo è in perenne agitazione, ma anche la mente impegnata a catturare idee su idee, senza perderne nessuna ma senza fermarsi su alcuna.
    Al contrario della vivacità, caratterizzata dalla gioiosa eccitazione dei bambini, negli iperattivi non c’è solarità, piacere, felicità ma solo un’angosciosa e penosa tensione.

    In tutte le occasioni in cui compare un vissuto frustrante, il bambino iperattivo cerca di fuggire da ogni possibile processo elaborativo della mente con i compensatori movimenti corporei e con l’eccitazione mentale.
    Evita di pensare, di concentrarsi, di riflettere costruendo un’estrema barriera per arginare l’ansia che non può condividere con nessuno. Sebbene non vi sia un deficit dell’intelligenza, il bambino iperattivo, fortemente caratterizzato da
    egocentrismo e senso di onnipotenza, ritiene, dopo una superficiale valutazione, di aver compreso tutto ciò che colpisce il suo frammentario interesse: parole, frasi, immagini, situazioni.
    Tale convinzione di aver capito tutto gli fa rivolgere l’attenzione verso altro, senza mai indugiarsi in quelle riflessioni che consentono di sviluppare le proprie capacità d’apprendimento. La sottovalutazione del disturbo, ma soprattutto la superficialità nel considerare le conseguenze, produce un serio deficit dell’apprendimento con tutti gli immaginabili esiti che travalicano il cognitivo
    e che vanno ad interferire con lo sviluppo delle abilità sociali e relazionali.

    Hanno molti amici, ma non riescono mai a rendere profondo alcun rapporto in quanto non sanno spostare l’interesse lontano da se stessi e dal loro bisogno di muoversi.
    Da un punto di vista terapeutico gli psichiatri hanno affrontato, ed ottenuto discreti risultati con l’uso di psicofarmaci a base d’anfetamine (non autorizzati in Italia) che, sebbene abbiano un effetto eccitante, nei bambini iperattivi hanno prodotto un effetto ansiolitico, con controllo dell’ipereccitabilità e con miglioramento evidente delle abilità scolastiche.
    Protetto dallo schermo chimico del farmaco il bambino sta buono, non disturba, va bene a scuola e si concentra.

    Ma qual è il prezzo di così evidenti e brillanti risultati?
    Non dobbiamo dimenticare che le anfetamine rientrano tra i farmaci ad effetto dopante. Il nostro bambino dal ritrovato equilibrio comincia a perdere peso e desiderio di mangiare, cresce più lentamente, non riesce a dormire, può presentare tremore, convulsioni, disturbi extrapiramidali, disturbi cardiaci, disturbi psichici, per citare alcuni dei disturbi collaterali scatenati dal farmaco.
    Gli effetti a lungo termine delle anfetamine in un cervello in formazione sono lontani dall’essere conosciuti.

    Il controllo solo degli aspetti più appariscenti di un disturbo ad etiologia ambientale e psicologica, sembra essere molto costoso rispetto ai benefici prodotti.
    E’ indubbiamente più faticoso, più incerto e più lungo il recupero della funzione protettiva della famiglia, che dovrà mobilitarsi per mettere in atto le strategie ed
    eventualmente i consigli dello specialista per arginare ed eliminare tutti i comportamenti disfunzionali.
    Occorre iniziare tale percorso dall’inibizione di quella spirale di nervosismo e tensione che circonda il bambino, interpretando correttamente le sue richieste d’aiuto che, al contrario di quanto possa sembrare, richiede vicinanza ed
    attenzione. Occorrerà che il bambino percepisca con chiarezza che al suo stato di agitazione si contrappone un modello di calma e di tranquillità, che cercherà di imitare e che forse indurrà nei genitori una qualche riflessione sugli inutili frenetici ritmi che l’adulto s’impone.

  • L’autismo infantile

    Date: 2011.10.27 | Category: Disturbi Psicologici | Response: 0

    Tra i disturbi del comportamento indubbiamente la forma più grave e complessa è l’autismo, la cui principale caratteristica è data dall’incapacità a stabilire una relazione con gli altri.
    Tale specificità rende il disturbo più evidente e drammatico con l’ingresso nella scuola materna, ma il suo esordio è antecedente l’inserimento scolastico.
    All’origine dell’autismo si presume l’esistenza di un danno neurobiologico che può presentare aspetti diversi da caso a caso. In alcuni casi l’autismo si manifesta con caratteri transitori, della durata di mesi o anni. Alla sua regressione si riscontrano disabilità di altra natura.
    Più spesso l’autismo non presenta nessuna regressione o guarigione per tutto il decorso della vita.

    L’autismo si fonda su tre criteri principali:
    1) Alterazione grave della reciprocità sociale.
    2) Grave anomalia della Comunicazione Verbale.
    3) Ristretto repertorio comportamentale.
    Nei bambini affetti da autismo, in cui l’esordio della malattia si realizza prima dei 30 mesi di età, la malattia colpisce la mancanza di reattività nei confronti degli altri, l’assenza completa del linguaggio o la marcata riduzione della capacità di parlare (ecolalia, linguaggio metaforico, inversione dei pronomi….), stereotipie comportamentali che possono essere agite immodificate per lunghi intervalli di tempo.
    La comunicazione non verbale è marcatamente anormale (con differenze quantitative da caso a caso).
    Si osserva, quasi costantemente, l’incapacità a giocare e a fare amicizia con i coetanei.
    Nei casi in cui la presenza di sintomi autistici è incompleta si usa l’espressione di disturbo pervasivo dello sviluppo.
    Dopo sessanta anni le aspre dispute sulla natura e la cura dell’autismo sono
    ancora attuali, non vi è nessun argomento in ambito neuropsichiatrico
    infantile che abbia determinato così violenti ed accaniti scontri nel mondo
    scientifico.
    Ricercatori osannati (Bettlheim e Tinbergen per citare i più illustri) sono stati, a distanza di alcuni anni, violentemente contestati per le loro affermazioni, se non
    addirittura isolati dalla comunità scientifica.
    Le dispute scientifiche sono spesso diventate sfide personali, a cui non poca confusione hanno aggiunto personaggi estranei al mondo accademico e scientifico che hanno “illuminato a sprazzi”, con le loro proposte di protocolli terapeutici innovativi, le speranze di angosciate famiglie.
    In qualunque modo si vuole inquadrare, l’autismo è un grave disordine dello sviluppo, le cui possibilità di guarigione sono modestissime se non addirittura assenti. Tale assunto, peraltro non condiviso da molti ricercatori, in vero molto
    parziali nel difendere il primato della propria metodologia terapeutica, non comporta l’assunzione di un atteggiamento di passiva accettazione e di rinuncia; occorre, invece, adoperarsi, pur evitando accanimenti terapeutici nocivi, al
    fine di individuare la strategia riabilitativa, farmacologica e dietetica più adatta per ogni bambino ed in grado di attenuare gli effetti devastanti della disabilità.
    L’autismo, per la sua gravità, non può mai essere considerato “un problema di famiglia”, la sua ripercussione nel sociale, trattandosi di una delle condizioni più gravi di disabilità, impone la coattivazione di più sistemi: sanità, istruzione, assistenza sociale che vadano a contenere e sostenere la famiglia, indotta, dal senso d’impotenza e frustrazione, ad organizzarsi rigidamente in un modello
    psicotico, scisso dalla realtà che non poco contribuisce a rendere più drammatica una condizione già molto compromessa.

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